Vigor Bovolenta è sempre nei nostri cuori

Vigor, forza, talento. Il 30 maggio del 1974, nasce un ragazzone che scriverà a caratteri cubitali la storia della pallavolo italiana. Viene al mondo a Contarina, in provincia di Rovigo: e quell’accento lo marchierà per sempre. È uno spilungone fatto di sorrisi, dolcezza, pacatezza. Ma più di tutto, più di tutti, è il ‘Gigante del Polesine’: un uomo di 202 cm di altezza, con l’azzurro stampato nel cuore ancor prima di approdarvi.

E ha faticato, per entrare nell’olimpo, per diventare il pilastro della Nazionale più forte di sempre (futuro compreso): perché una squadra così, volenti o nolenti, non arriverà mai più. Né un giocatore come Vigor: un centrale di tecnica e tenacia. Che esordisce con i dilettanti, a soli sedici anni: è del Polesella, la squadra della sua città. Qualche match, subito una differenza palese tra lui e il resto dei contendenti. Ravenna non se lo lascia scappare.

E a ‘Il Messaggero’ arriva nel 1990, con l’esordio in prima squadra nell’anno stesso: nessuna giovanile, va dentro con i grandi. Con i più grandi. Già, perché in quell’anno la squadra romagnola vince lo scudetto, né si fa lasciar scappare la Coppa Italia. Saranno stagioni di altissimi e pochi bassi: con lo stesso club vince addirittura tre Coppe dei Campioni, una Coppa CEV e due Supercoppe Europee. Insomma, è un sogno. Bello, reale, fresco come i suoi ventitré anni. Quando decide di lasciare Ravenna, nel 1997, ha proprio quell’età.

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Sceglie Ferrara, lo fa per ripartire, per nuovi stimoli, per avere la certezza costante di un ruolo perfetto in Nazionale: è quello il suo più grande amore. Da lì non si scappa. Ma qualcosa va storto, perché in tre anni cambia altrettante casacche. E dopo la Conad ci sarà Roma. quindi Palermo. Finché, riecco l’Emilia, benarrivato a Modena. Un anno di transizione, poi lo scudetto: meraviglioso, in una città che non aspettava altro che farsi grande.

Erano anni di sfide, di sudore e di vittorie. Il sorriso non mancava mai per quel Gigante dal cuore purissimo. Che dopo tre anni a Modena, va a Piacenza: tre finali scudetto e Top Teams Cup a casa. Non male, non per ‘svecchiare’. Nel 2008, l’RPA Perugia gli chiese l’onore di regalargli ancora anni di carriera: lui rispose giocando alla grande, guadagnandosi ancora la Nazionale, stavolta impegnata a Pechino per i Giochi Olimpici. Nel 2010, Forlì: la sua ultima squadra.

Ma la prima, la sua squadra preferita, era un’altra: era quella con la maglia azzurra, quella che portava con così tanto orgoglio, passione, voglia. Il 3 maggio 1995, ad esempio, non lo dimenticherà mai: l’Italia stava perdendo contro Cuba, era una partita di World League, proprio a L’Avana. Tutto d’un tratto, quel ragazzone ventunenne fece per togliersi la pettorina, guardando con occhi sognanti il parquet: non avrebbe dovuto partecipare a quel match, aveva un fastidio all’inguine di cui nessuno sapeva. Ma non se lo fece ripetere due volte.

Ecco: da Cuba, al mondo intero. Con la Nazionale vincerà ben quattro edizioni della Word League, sarà iridato al Mondiale e collezionerà anche due Europei. Ah, da ventiduenne, appena un anno dopo il debutto, farà parte della spedizione benedetta di Atlanta 1996: quella d’argento. 7 trofei, 13 anni di servizio, un unico amore. Quello per l’Italia.

 

 

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