Tutta l’esistenza di Alex Zanardi: perché è l’eroe sportivo dei giorni nostri

51 anni e mille vite percorse, attraversate. Mai vissute. Perché Alex Zanardi percepisce la vita come se dovesse starne ai bordi: senza prendersi troppo sul serio. E senza prenderla troppo sul serio. Differenze sottili, eppur fondamentali. Quindi, quel 23 ottobre del 1966, a Bologna nacque un ragazzino destinato a fare la storia. E a dar coraggio. Ma destinato a non rendersene conto, a non farlo mai davvero.

Alex Zanardi è, in serie, un ex pilota di Formula Uno. Poi di Karting, di Cart, di WTCC (Campionato del Mondo di Gran Turismo), di Formula 3, di Formula 3000. Oggi è un atleta Paralimpico e pilota GT3. Ecco: a mille allora, sempre e comunque. Anche quando la velocità gli si è ritorta contro, quando ha visto tutto svanire e la paura piombargli addosso sotto forma di una vettura a duecentocinquanta chilometri orari.

Non era un prezzo da pagare: era solo il fato che gli bussava più forte del previsto. L’aveva già fatto quando aveva quattordici anni: il padre gli regalò il primo kart con cui iniziò a coltivare la passione per i motori. Di conseguenza, anche i primi risultati. Era il 1982 ed Alex era già iscritto al campionato italiano 100cc: subito terzo, a dispetto di vetture più veloci e competitive. Ma farlo con suo padre, unico meccanico del ‘team’, fu l’esperienza più bella della sua vita.

PRIMI PASSI

Lo stile c’era già, a tal punto che il proprietario di un’azienda che produceva pneumatici da kart decise di sponsorizzarlo: dalla classe 100 Super, al mondo intero. Metà anni ’80: era già un sogno, e le vittorie non tardarono ad arrivare. Le prime? Il campionato italiano nel 1985 e quello europeo nel 1987, entrambi con la 135 di cilindrata.

Poi arriva l’Ottantotto, roba di anni: Alex decide di abbandonare il mondo dei kart, c’è l’F3 che lo aspetta, quella italiana. E le difficoltà s’iniziarono a intravedere: per i primi risultati deve aspettare fino al 1990, quando finalmente arriva il passaggio alla RC Motorsport. Titolo italiano solo sfiorato, secondo posto che però gli permette di vincere ugualmente la Coppa Europa a Les Mans. Insomma, quando si dice ‘ingranare la marcia’. E in tutti i sensi.

Quello, poi, è un anno bello. Bello e fortunato. Perché Alex conosce Daniela: diventerà sua moglie, l’unica persona su cui ha sempre potuto contare.

ESSER VELOCI

Nel ’91, l’ambizione lo porta lontano: è il momento di debuttare in Formula 3000. La fortuna gira, va per fatti suoi, ritorna e poi s’imbatte in Alex: in ogni caso ci saranno tantissime partenze in pole position, ma nessun titolo a fine anno.

Qualcuno in Italia s’accorge di lui, si moltiplicano gli attestati di stima: alla cerimonia dei ‘Caschi d’Oro’ di Autosprint, Zanardi viene insignito del premio di ‘Miglior Pilota italiano dell’anno’: per la prima volta assaggia il sapore dei cavalli di una vettura di Formula 1.

In Formula 3000, comunque, continua a distruggere ogni record, tutte le briciole di natura umana che gli resistono addosso. Ed Eddie Jordan non può non notarlo: lo chiama, gli offre un posto in squadra. Sono le ultime tre del campionato mondiale: c’è da sostituire Michael Schumacher, il tedesco ha già firmato per la Benetton.

LE BOTTE

Sembra tutto perfetto, il coronamento di un sogno: nonostante la mancanza di esperienza, Alex dimostrò meravigliosa destrezza al voltante di una F1. Senza aver fatto test, poi. Eddie Jordan era entusiasta: era pronto a confermarlo, serviva solo uno sponsor che aiutasse la squadra e che ponesse Zanardi saldamente a quel volante. Ecco: mancava un dettaglio, il quale si rivelò fondamentale. Alex dovette rinunciare al desiderio di una vita per mancanza di fondi. E di fondamenta.

Nel ’93, qualcosa però cambia: diventa il secondo pilota di Johnny Herbert, squadra Lotus. Aveva dato mostra di sé in dei giri di prova, riuscendo addirittura ad andare più veloce di Schumi. Sembra fatta, ancora. Poi subentrano problemi tecnici, Alex non riesce a soddisfare il team e i vertici lo sostituiscono con Pedro Lamy. Altro giro, altro tipo di sponsor. E mani sui fianchi per Zanardi.

Zanardi che però resta lì, nel paddock: prima è collaudatore per la Lotus, poi finisce per sostituire Lamy in quella stessa stagione. Il portoghese subisce un grave incidente: entrambe le gambe rotte, la squadra non ha altra scelta se non quella di promuovere Zanardi. Come non ne ha a fine anno, quando gli affari della Lotus si rivelano fallimentari: ciao ciao Formula 1, saluti cordiali anche al contratto del pilota italiano.

ALTRA VITA

Soltanto nel 1996, Zanardi decide di lasciare la Formula 1: c’è la CART nel suo destino. Primo anno, terzo posto nel Mondiale: il ‘Rookie of the Year’ come magnifica conseguenza di un lavoro maniacale ed efficace. Nell’annata successiva, non ce n’è per nessuno: conquista il primo titolo di Campione del Mondo di Formula Cart.

E il meglio deve ancora venire, e la storia deve ancora compiersi: Alex conquista sette volte la vittoria nell’anno successivo, sale praticamente sempre sul podio. Vince il titolo con ben quattro giornate di anticipo: la chiamata in F1, ancora, non è che tardi poi così tanto.

Ben cinque team gli telefonano, si mostrano interessati: vincono gli inglesi della Williams, con i quali firma un triennale. Primo anno? Zero punti: mannaggia. A fine stagione, la delusione è troppo forte: contratto annullato di comune accordo con la società, il domani s’annuvola di nuovo.

L’INCIDENTE

Ma c’è un momento in cui ogni cosa non ha più senso. In cui andar veloci assume tutto un altro significato. E no, non è positivo. Nel corso della carriera di Alex c’è stato un fattore clamoroso di sfortuna, d’imprevisti. Tutto questo l’aveva buttato a terra, gli dava sempre meno stimoli. Poi arriva il ‘poi’: nelle grandi storie ce n’è sempre uno.

Poi decide di tornare negli Usa, è il 2000 e c’è ancora la Formula Cart nel suo destino. Già, il destino: chissà se Alex se lo chiede ogni giorno, se ha dubbi o ripensamenti. In ogni caso, gara in Germania. Il tracciato è quello di Lausitzring: circuito lungo due miglia, si arriva oltre i 350 km/h. A pochi giri dal termine c’è un incidente pauroso: dopo il rientro ai box per rifornimento, Zanardi torna in pista. È aggressivo, vuol recuperare subito posizioni. Schizzi di carburante sporcano la sua visiera: non riesce a vederci un granché. Prova a pulirla, ma fa peggio, perde il controllo della vettura: testacoda e impatto violentissimo con la vettura di Tagliani. La botta è tremenda.

L’auto di Alex viene colpita in modo perpendicolare, la sua Honda è tagliata di netto all’altezza delle cosce. Il resto è storia. Durissima da digerire.

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LA RISALITA

Sembra una tragedia, probabilmente lo è. Il pilota subisce l’amputazione di entrambe le gambe: l’operazione gli salvò la vita, dopo esser rimasto rimasto settimane ricoverato in condizioni disperate. Lontano dalla pista, Alex decide pian piano di ripartire: il momento più bello resta il suo alzarsi in piedi già a dicembre, nel salone della premiazione dei Caschi d’Oro.

No, non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Le difficoltà, diceva, le provava a trasformare in opportunità. Nel 2003 allora Zanardi torna sulla pista in cui due anni prima aveva subito quell’istante di follia che gli aveva cambiato per sempre l’esistenza: lo fa guidando una vettura modificata per le sue esigenze, 13 giri – gli ultimi 13 giri – che chiusero per sempre quel capitolo.

Ecco, nota a margine: i numeri furono pazzeschi, tali da regalargli un quinto posto se fosse stato in gara.

ALEX È ESEMPIO

Che storia, davvero. Che se si concludesse qui, sarebbe tra le più belle di tutte. Eppure, l’ambizione di Zanardi ha standard che sfidano l’umana coscienza: per lui, tutto quello che ha vinto, fatto e subito, non gli basta. Non può.

La prende bene, per quanto si possa: ha un atteggiamento positivo, propositivo. Alex gareggia subito in mille discipline, prova il paraciclismo e trova la sua nuova passione: correre. Stavolta in handbike, categoria H4 e H5.

Va veloce, Zanardi. Quasi quanto in pista. E nel 2012, a quasi cinquant’anni, gareggia alle Paralimpiadi di Londra. E vince, Zanardi. Vince la medaglia d’oro nella categoria a cronometro H5.

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LE FATICHE, QUELLE BELLE

Godersi il momento: non esiste nell’enciclopedia del bolognese. Esiste il termine ‘fatica’, quello sì: così due anni dopo si ritorna a lottare al triathlon IronMan. Discipline previste: nuoto da ben 3.8 km in mare aperto, 180 chilometri di handbike, 42 chilometri di carrozzina olimpica. Zanardi c’è e sta sotto le 10 ore. Eroe.

Dunque, Rio de Janeiro. E altra medaglia d’oro alle Paralimpiadi, sempre nella gara a cronometro, sempre H5 e sempre handbike. Stavolta la carta d’identità gli indica il numero cinquanta. Di tutta risposta, all’IronMan ha fatto il record del mondo.

Tokio 2020, sì, lo sta attendendo a braccia aperte.

 

 

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